“La mafia non è affatto invincibile, è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e una fine”.

Giovanni Falcone lo sa bene quando, nel gennaio del 1992, all’esito del Maxiprocesso di Palermo, la Cassazione con sentenza defintiva conferma 19 ergastoli e 2665 anni di reclusione nei confronti di numerosi membri di Cosa Nostra.

Sa anche che quella sentenza produce una condanna collaterale, non voluta e immeritata. Il giudice di questa altra condanna, però, è la mafia e la pena è la propria morte, immediatamente esecutiva, il 23 maggio 1992 a Capaci.

Perché è proprio questo che fa la criminalità organizzata: appropriarsi di ruoli che non le spettano, imponendo le proprie regole.

Forse la mafia è un fatto umano duro a morire, rispetto a 29 anni fa si è trasformata, rigenerata, aggiornata, si è insinuata nel tessuto sociale, camuffata, continuando sempre a perseguire i suoi obiettivi, il potere economico sopra tutti.

Eppure, ancora, non smettiamo di credere che sui lenzuoli bianchi che lasciamo cadere lungo le finestre in questa data potremo un giorno scrivere la parola fine.

 

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